“In questo momento storico che tutti conosciamo e del quale diventa difficile non parlare, YoY ha deciso di rimodellare e rimodulare il suo primo progetto “Meraki” offrendo una riflessione sull’attualità e sulla memoria. In this historical moment that we all know and about which it becomes difficult not to talk, yoy has decided to remodel his first project “Meraki” offering a reflection on current events and memory.” Emma 2024
L'OPERA D'ARTE IN MERAKI
Meraki nasce coinvolgendo nel progetto il grande artista egiziano Medhat Shafik, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Gli oggetti dell’installazione di Shafik “Palmira”, costruiti da elementi sovrapposti di juta, garze e tessuti dai colori naturali e splendenti, sono una metafora della stratificazione della storia, dei danni dell’uomo alla natura, della più brutale e gratuita violenza. Dei fagotti malamente confezionati, simbolo di un viaggio forzato, di una fuga o di un esilio, sono un’immagine potente e ricorrente nelle nostre vite contemporanee, immagini che la quotidianità ci ha reso purtroppo familiari, rendendoci partecipi di un dramma umano che non possiamo ignorare. Ma la ricostruzione, dopo un evento traumatico, si trasforma per Shafik in un “viaggio onirico, leggero, che trae la sua forza dalla fragilità delle cose alla ricerca di un recupero simbolico dei luoghi archeologici e della natura, che sono la memoria dell’uomo, l’essenza della civiltà.”
THE ARTWORK IN MERAKI
Meraki was born by involving the great Egyptian artist Medhat Shafik, Golden Lion at the Venice Biennale. The objects of Shafik’s installation “Palmira”, constructed from jute overlaid elements, gauze and fabrics of natural and shining colours, are a metaphor for the stratification of history, man’s damage to nature, the most brutal and gratuitous violence. Badly packaged bundles, symbol of a forced journey, an escape or an exile, are a powerful and recurring images in our contemporary lives, images that everyday life has unfortunately made us familiar, making us part of a human drama that we cannot ignore. But the reconstruction, after an event traumatic, for Shafik tranforms itself into a “dreamlike, a light journey that draws its strength from the fragility of things in search of a symbolic recovery of archaeological sites and nature, which are the memory of man and the essence of civilization. ”
COREOGRAFIA E MUSICA
Musica e coreografia sono nate in sala prove sovrapponendo contemporaneamente melodie, strumenti e movimenti. Così come la costruzione coreografica tende ad un linguaggio chiaro ed estremamente limpido e rarefatto cercando di dare al gesto un’ampiezza ed una fluidità crescente.La musica è composta come un sotto tono alla qualità dei personaggi, incorporando un senso di fragilità con le sue linee ruvide e bisbigliate. La musica riempie il movimento, la danza riempie la melodia, l’opera riempie lo spazio creando così un intreccio di linguaggi apparentemente diversi ma estremamente vicini. I danzatori non si toccano mai, si sfiorano. Non c’è prevalenza di forza maschile o eleganza femminile ma solo ricerca di equilibrio interiore e consapevolezza che la ricostruzione passa solo attraverso un percorso comune, quasi fosse un viaggio che permette di accrescere conoscenze ed esperienze, così come nella poesia Itaca di Kostantinos Kavafis, recitata dalla voce di Shafik durante la performance.
CHOREOGRAPHY AND MUSIC
Music and choreography were developed as one throughout the rehearsals, simultaneously combining melodies, instruments and movements. The choreographic construction tends towards a clear and extremely transparent language, trying to give the gesture an increasing breadth and fluidity. The music is developed as an undertone to the movements, embodying a sense of fragility with its rough and whispered line. Music fills the movement, dance fills the melody, the work fills the space creating a waving of apparently different but extremely close languages. The dancers never touch each other, there is no dominance of masculine strength or feminine elegance, but only a search for inner balance and the awareness that reconstruction can only come through a shared journey, almost as if it were a voyage in which knowledge and experiences are accumulated. This is the journey of Kostantinos Kavafis’ poem “Ithaca,” recited by Shafik during the performance.